La mia professione di Architetto

Un grande amore della mia vita

ESSERE ARCHITETTO NEL DISEGNO

Intervista a Francesco Giannelli

Suo padre Angelo è stato uno dei più importanti pittori della regione: che inflenza ha avuto nel suo mestiere? 

L’attività del papà ha inflenzato tutta la mia vita non solo la mia professione. Tra il profumo dei colori, la polvere dei gessi, l’impiccio delle tele e dei cavalletti, ho imparato prima a disegnare che a parlare e scrivere. Non vi era soluzione di continuità tra l’abitazione ed il suo studio, ovunque c’era materiale per disegnare e dipingere e lui non faceva nulla per impedire a me ed ai miei fratelli di cimentarsi ogni giorno con i suoi attrezzi del mestiere e, anzi, per tenerci buoni aveva escogitato le gare di disegno: veniva dato il tema e noi dovevamo svilupparlo, il vincitore avrebbe potuto occupare di diritto il posto centrale del sedile posteriore durante le gite domenicali in macchina. Da bambino sapevo già disegnare perché l’esercizio era enorme ma lo davo per scontato, non mi rendevo conto della differenza tra i miei disegni e quelli degli altri perché “tutti disegnavano bene”.

Per un architetto è importante saper disegnare, lei è stato avvantaggiato? 

Un certo vantaggio sicuramente lo ha chi sa disegnare anche se l’architettura va pensata più che disegnata. Non davo importanza al saper disegnare perché non ne trovavo l’utilità tanto che da piccolo avrei voluto saper fare velocemente i compiti di aritmetica piuttosto che un bel disegno. Il saper disegnare mi è rimasto indifferente fio a dopo il Ginnasio quando, per emulare mio fratello Aldo che frequentava una scuola tecnica, mi feci insegnare dal papà le proiezioni ortogonali e la prospettiva e allora, tra le versioni di Cesare e l’Anabasi, cominciai a divertirmi in mitiche sfie con il mio compagno di banco, oggi ingegnere, incentrate in costruzioni fantascientifihe. Il puro divertimento e la soddisfazione per i continui miglioramenti durò all’università ed anche dopo la laurea fio a quando un mio cliente, facendosi spiegare il progetto mentre disegnavo sul foglio, mi chiese di fargli vedere anche la “fotografi” del caminetto. Avevo capito che nel disegno poteva esserci una grande utilità e cominciai ad allenarmi fializzando al mio lavoro quello che sapevo:
imparai a fare le prospettive rovesce per non girare il foglio al mio interlocutore, studiare gli stili classici ed il corpo umano, insomma ci lavorai sopra parecchio. Per anni, almeno fio a quando i diminuiti costi dei software non hanno permesso di avere prospettive, rendering e fotomontaggi a basso costo, mi sono impegnato perché il disegno fosse una componente importante del mio rapporto con il committente ma con il costante obiettivo di dare effetto ed atmosfera ai miei schizzi, perché illustrassero sì il progetto ma, prima di tutto, esprimessero una sensazione, offrissero quello che da bambino ricordo provava la gente vedendo i quadri del papà, un convincimento interiore. 

Alcuni suoi colleghi si cimentano in una sorta di attività artistica parallela al mestiere e sappiamo come, nello star-system dell’architettura, vadano a ruba i disegni di LeCorbusier o Aldo Rossi. Che cos’è allora il disegno per lei? 

Certo mi piacerebbe avere nel sangue il talento di mio padre ma, almeno per ora, i miei disegni sono d’architettura e poi più sei famoso e più i tuoi disegni piacciono … Ci provo anche con il nudo e la natura quando cerco immagini drammatiche ma, per ora, mi vergognerei a farli vedere, quando avrò più tempo cercherò di capire se in quelle cartelle segrete c’è qualcosa di più. Trovo il disegno d’architettura particolarmente gratifiante e ogni volta che mi siedo al tavolo riaffira quel piacere lontano di quando, preparando la laurea, disegnavo su ogni tipo di carta e con ogni genere di penna sognando di diventare un grande architetto. Notti passate a schizzare case, palazzi e quartieri emulando i miei professori per il solo piacere di vedere i disegni fiiti sul tavolo, solo per me, proprio come fanno i pittori. Disegnare è dunque l’ancora con la quale mantenere fisso l’interesse nel mio lavoro quando tutto sembra remarti contro tra difficoltà, scoraggiamento, delusioni ed enormi idiozie: disegnando mi ritrovo in alto, gratificato comunque perché il disegno é il vero progetto, quello che nessuno può cambiare, quel sogno che non invecchierà mai, rimanendo bambino.

ESSERE ARCHITETTO

Quando l’uomo si è fermato, quando ha smesso di essere nomade per vivere da sedentario, si è inventato il ruolo del costruttore, fi gura divenuta via via sempre più importante fi no a sfaccettarsi e prevedere anche quella dell’architetto, titano nella terra, unico essere vivente in grado di modifi care l’opera del creatore: montagne affettate per fare strade, case, templi, palazzi, statue, e centro del potere. Sin dall’inizio della civiltà questo ruolo è stato così determinante che se mancava chi dicesse come edifi care venivano interpellati i sacerdoti, ritenuti in intimo rapporto con le forze che governano la natura. L’insostituibile esigenza di garantire condizioni e luoghi adatti alla supremazia dell’uomo sulla natura è sfociata nella necessità di organizzare sempre meglio i sistemi del costruire e, su su lungo i secoli, ha fatto dell’architetto un protagonista estremo, perfetto ed inattaccabile… fi no all’anno zero.

Fino a quei primi anni settanta del secolo scorso quando “qualcuno” decise di aprire le università a tutti obbedendo ad un isterico dictat che voleva la laurea come una necessità sociale sprofondando questa fi gura professionale nella mediocrità dei numeri: in architettura si laureavano tutti, anche solo per migliorare la posizione in uffi cio, chiunque avesse voluto diventare architetto, anche solo poco poco, poteva farlo in facoltà troppo facili ma architettura era una facoltà umanistica, primancora che tecnica. Ecco l’errore storico, il vero disastro, per l’architetto.

A questo primo fatto se ne unisce un altro. Salvo che per quegli architetti dello “star-system” – ai quali tutto è consentito – oggi all’architetto che non può più sbalordire con le piramidi, i palazzi cinquecenteschi o la torre Eiffel, è però consentito progettare villaggi sul mare dalle forme innaturali, case di città tra i monti, stabilimenti senza luce, tribunali come edifi ci d’abitazione, assecondare senza poter proporre la propria verità. Questo è lo scenario in cui ci muoviamo, in tanti, sgomitando in un ambiente troppo stretto, senza una legittimazione, poco stimati e rispettati (giustamente?). Ma siccome abbiamo tutti il diritto di essere architetti, io cerco di farlo con uno stile di vita, accanendomi ogni giorno nel far riconoscere ciò che voglio, in una missione instancabile fatta del meravigliarsi e meravigliare con le proprie costruzioni, tendendo alla perfezione, ricercando la legittimazione professionale, la stima della gente attraverso il progetto perfetto che ho sognato.

Terza questione. Esercitare la professione in provincia è come stare nelle sabbie mobili, battendosi contro chi non accetta di crescere, chi resta immobile anche in settori – l’edilizia – dove forti accelerazioni non compromettono la qualità della vita, anzi. L’immobilismo, la timidezza verso il nuovo, l’avversione nei confronti degli edifi ci costruiti al passo con i tempi, questo atteggiamento di chiusura non garantisce un progresso sociale più veloce e condiviso e qualcuno deve spiegarmi perché non si può costruire, per esempio, una torre del terzo millennio ma bisogna ancora accettare l’edilizia del secolo scorso solo per miopia culturale. In questa battaglia, noi architetti, abbiamo allora una chance che è quella di legare indissolubilmente i nostri progetti al concetto dell’edilizia “sostenibile”, costruzioni che non producano inquinamento e siano autonome nei consumi. Questa è la sfi da che dobbiamo portare tra la gente, senza paura di osare, sapendo di essere nella strada giusta. Questo è il futuro.

Così, quando tutto sembra remare contro, la burocrazia, le leggi idiote, l’ottusità dei miei interlocutori non mi consentono di fare ciò che vorrei, nella dilagante mediocrità, sconfortato, resto comunque consapevole che faccio l’architetto perché, diversamente, non sarei un uomo felice e mi salvo disegnando. Il disegno ha infl uenzato tutta la mia vita non solo la mia professione. Con il papà pittore, tra il profumo dei colori, la polvere dei gessi, l’impiccio delle tele e dei cavalletti, ho imparato prima a disegnare che a scrivere. Certo mi piacerebbe avere il suo talento, ma, almeno per ora, i miei disegni sono solo d’architettura, ci provo anche con il nudo e la natura quando rincorro immagini drammatiche ma, per ora, non li faccio vedere.

Trovo il disegno d’architettura particolarmente gratifi cante e ogni volta che mi siedo al tavolo riaffi ora quel piacere lontano di quando, da bambino, disegnavo, su ogni tipo di carta e con ogni genere di penna sperando di diventare bravo e poi, da studente d’architettura, rivedo le notti passate a schizzare case, palazzi, quartieri, oggetti, emulando i miei professori per il solo piacere di vedere i disegni sul tavolo, fi niti, da non toccare più, creati solo per me. Disegnare è dunque un’ancora con la quale mantengo fermo l’interesse nel mio lavoro, tra le diffi coltà, lo scoramento, le delusioni e le idiozie: disegnando mi ritrovo in alto, gratifi cato comunque perché il disegno è il vero progetto, quello che nessuno può cambiare, quel sogno che non invecchierà mai, rimanendo bambino.

ESSERE ARCHITETTO

Intervista a Francesco Giannelli

Nella Provincia di Pordenone ci sono più di 600 architetti,il suo è diventato un mestiere di massa, come lo vive?
Quando l’uomo si é fermato, quando ha smesso di essere nomade per vivere da sedentario, ha dovuto inventare anche
il ruolo del costruttore, fiura divenuta via via sempre più importante fio a trasformarsi in quella dell’architetto, titano tra gli uomini, l’unico in grado di modifiare l’opera del creatore: montagne affettate per trasformare la roccia in strade case palazzi statue e poi valli occupate da insediamenti sempre più fiti di case, templi e centri del potere.

Sin dall’inizio della civiltà questo ruolo è stato così determinante che se mancava chi dicesse come edifiare, venivano interpellati i sacerdoti ritenuti in intimo rapporto con le forze che governano la natura. L’insostituibile esigenza di garantire condizioni e luoghi adatti alla supremazia dell’uomo è sfociata nella necessità di organizzare sempre meglio i sistemi del costruire e, sù sù lungo i secoli, ha fatto dell’architetto una fiura estrema, perfetta ed inattaccabile. Fino all’anno zero, a quei primi anni settanta del secolo scorso quando la fiura dell’architetto è sprofondata nella mediocrità dei numeri, quando si sono laureati tutti gli architetti possibili e ci si laureava in architettura anche solo per migliorare la posizione in uffiio.

Chiunque volesse diventare architetto, anche solo poco poco, aveva la possibilità di farlo in facoltà facili dove ci riuscivano tutti. Chi aveva deciso di “aprire la porta a tutti” si era dimenticato che si trattava di una facoltà umanistica primancora che tecnica obbedendo ad un isterico dictat che voleva la laurea come una necessità sociale.
Nonostante la quantità non sia sinonimo di qualità, oggi vediamo spesso opere straordinarie, di grande impatto che pongono
l’architetto ai vertici della società anche forse facendo apparire la propria opera come puro esibizionismo. Anche lei pare avere spesso un atteggiamento non proprio standard.

Oggi, salvo per lo “star-system” al quale tutto è consentito, all’architetto che non può sbalordire con le piramidi, i palazzi cinquecenteschi o la torre Eiffel è dato modo di progettare villaggi sul mare dalle forme innaturali, case di città tra i monti, stabilimenti senza luce, tribunali come se fossero edifii d’abitazione, gli è concesso assecondare il processo di urbanizzazione della campagna anche quando è richiesto un intervento mediocre, senza imporre il proprio concetto estetico.

Questo è lo scenario in cui ci muoviamo “liberamente” in un mondo troppo stretto senza una legittimazione fatta di stima, rispetto ed ossequio. Ma siccome abbiamo tutti il diritto di essere architetti, quello mio é concepito come uno stile di vita, accanendomi ogni giorno in un moto serio e professionale di riconoscimento, in una missione instancabile fatta del meravigliarsi e meravigliare con le proprie costruzioni tendendo alla perfezione, ricercando lo stupore della gente attraverso il progetto perfetto e cercando di costruire quello che ho sognato. Quando non ci riesco, quando la burocrazia, la stupidità e la prepotenza delle leggi non ci aiutano a crescere assecondando la dilagante mediocrità, sconfortato, se mi chiedo perché faccio l’architetto rispondo che, diversamente, non sarei un uomo felice.

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